Il conversational index e la brand reputation

12 Febbraio, 2008Tags:, , ,


Tanto migliore è la mia reputazione, quanto maggiore sarà il numero di persone che vorranno parlare con me e che saranno pronte a perdonarmi quolora io commetta degli errori (specialmente nel caso io decida  dialogare con loro apertamente).

Questa è un pò la conclusione a cui arriva Valeria Maltoni di Conversation agent (unico blog curato da un italiano/a ad essere incluso nel gotha dei blog dedicati all’advertising - i primi 50 blog della classifica di AdAge) in questo post.

Nel post viene mostrato un grafico che rappresenta la relazione tra l’indice conversazionale (conversational index) e la reputazione aziendale.

 

conversational_index_2.jpg

In analogia all’idea che è più facile parlare con persone simpatiche, i brand con una migliore reputazione aziendale saranno anche quelli con il più alto indice di conversazione, anche in momenti di “crisi”. Ad esempio chi ama l’iphone sarà più benovolo con l’Apple e l’AT&T (che appunto produce l’iphone).

I clienti sono più disposti alla conversazione e sono più positivi e costruttivi nei confronti di brand con una migliore reputazione e meglio disposti alla comunicazione (ad esempio che usano i blog come strumento per la costruzione della brand reputation) anche quando questi brand commettono deli errori (vedi anche qui).

Come accaduto a John Mackey, CEO di Whole Food Market, che per molti anni ha usato un finto nick sui forum di Yahoo per elogiare se stesso e la sua azienda. Questo comportamento scorretto ha suscitato molte discussioni tra i consumator online, ma molti blogger hanno chiuso un occhio, e non hanno espresso commenti estremamente drastici sul suo comportamento, perché il CEO scorretto si era reso disponibile alla comunicazione attraverso il suo blog.



(Fonte: MediaMeter)



Inserito da: Spina Rosario
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